Colletta Alimentare 2011

Colletta Alimentare 2011 - Io ci sarò!

Contatore

mercoledì 23 giugno 2010

Buon compleanno Volentieri - Editoriale n° 4




Giusto un anno fa è partita l’avventura del Volentieri. E a dispetto di quel po’ di naturale scetticismo che accompagna sempre l’inizio dei progetti eccomi qua, a spegnere la mia prima candelina. Quel piccolo sogno di dare spazio e mezzo a chiunque volesse esprimersi con la penna, raccontare una storia, condividere un’idea, divertire o proporre una riflessione, ha trovato nelle mie pagine forma e sostanza. Se è momento di far bilanci, non posso non ricordare, con piacevole soddisfazione, che con questo numero, il quarto (a cui si aggiunge il numero zero, il lancio) sono stati scritti più di 100 tra articoli e rubriche, e più di 40 persone hanno collaborato con molto entusiasmo perché il sogno si realizzasse.Attraverso le mie pagine si è parlato di sostenibilità, di consumo critico, di riuso e riciclo, di idee semplici per adottare nuovi stili di vita, di turismo sostenibile e tanto altro. Col tempo è stato migliorato il format grafico e i recenti numeri sono stati dedicati a temi specifici: vivere un Natale responsabile e sostenibile (n. 2), e la mobilità sostenibile (n. 3).In questo numero si parlerà molto di acqua. È ovunque, nel mare, nei fiumi, nella pioggia, nella terra. Noi e ogni organismo siamo fatti per la maggior parte d’acqua. L’acqua è vita ed è essenziale per la vita. Eppure è una risorsa limitata, in alcuni posti anche scarsa. È quindi una risorsa da salvaguardare, da proteggere e da gestire con cura. Nelle prossime pagine ti suggerirò qualche pensiero: anzitutto, per osservarla e capirla, e poi per riflettere sul suo uso, conservazione e gestione. Perché anche i nostri piccoli gesti quotidiani comportano conseguenze che vanno capite. E capendo, anche i nostri gesti quotidiani possono acquistare sostanza e portare ad un cambiamento.
Un ultimo pensiero prima di lasciarvi alla lettura di questo numero. Non ho un prezzo, né contengo pubblicità. Volutamente, perché i miei autori credono che le idee e il piacere della lettura non debbano, per forza, essere sempre monetizzabili! Quanto vale una bella idea per il riuso o riciclo di qualcosa che avremmo buttato? O un’idea per una gita fuori porta? O una riflessione su una problematica che ci è cara? Varrebbe quanto il cambiamento che questa è in grado di generare! E allora non ci sarebbe abbastanza oro al mondo per comprarmi! Tuttavia, anche se non ho il prezzo di copertina ho un costo… essere stampato!Il contributo che potete lasciare servirà solo a far proseguire questo piccolo strumento di diffusione di idee.


Percorsi fluidi

“L’acqua è il principio di tutte le cose; le piante e gli animali non sono che acqua condensata e in acqua si risolveranno dopo la morte”.
Così scriveva Talete…
di Anna Sustersic



“Ma cos’ha di così speciale questa Val Rosandra?” mi chiede un’amica, che di Trieste ha visto ancora troppo poco. Ci penso. Il lato didattico si imbaldanzisce subito pronto a esibirsi in vegetali dissertazioni e geologiche teorie… non è la risposta che cerco. Come spiegare una sensazione? “Perché è rara!” Rispondo ben consapevole che a questo punto dovrò chiarire a me e all’amica, assolutamente insoddisfatta, la risposta. L’acqua la rende rara. Ogni gusto, ogni architettura, ogni attività che questa terra ha visto fiorire, nasce sotto il segno di un complesso e reverenziale rapporto con l’acqua. Siamo figli di un amore possessivo. Ogni piega, ogni forma del paesaggio carsico è concreta testimonianza di una passione erosiva… Il Carso occulta geloso la sua liquida amante… troppo preziosa! La accoglie, e lei con chimica sensualità si scava una strada verso il suo cuore, un mondo dove nessuno la può seguire. L’eccezionale occasione di poterla vedere, di sentirla passare, di goderne i benefici, rende da sempre alcuni posti magici. Posti nascosti, piccoli angoli all’interno del bosco, posti misteriosi in cui viene disperatamente rubata alla roccia per il pascolo degli animali, posti capricciosi in cui va e viene con le stagioni, posti rasserenanti, piccoli microcosmi fantasy in cui scorre allegra, posti epici di vertiginosa bellezza. Ognuno di questi merita una visita, e in ognuno di questi il fascino idrico assume volti diversi. Percedol, perso in una delle più profonde doline del Carso, è un angolo fuori dallo spazio e dal tempo, e sebbene la passeggiata sia breve, la discesa che porta al fondo della dolina è come un viaggio fuori dal mondo: in pochi passi si assiste alla mutazione della vegetazione tipica della boscaglia carsica, in una misteriosa faggeta, dove le dimensioni degli alberi parlano del tempo. Salici, ninfee e un placido, costante, ipnotico gracidare ne fanno indubbia dimora di Naiadi, e chi ama i momenti di solitaria meditazione e di contemplazione rapita (e non odia gli insetti), troverà qui il perfetto ambiente per una sosta di raccoglimento. Ma l’acqua, proprio in virtù della sua rarità, e del suo sapersi assolutamente indispensabile, veniva venerata come saggia consigliera, e in lei riposta la fiducia di veritiere visioni. Specchi d’acqua e pozzi diventavano finestre sul futuro, rievocatori di passato, conferendo al coraggioso inquisitore, saggia consapevolezza. Mi viene in mente la vecchia cisterna romana. Ovçjak la chiamano. Luogo strano e intrigante. Anche qui, godendosi una breve passeggiata nel bosco, attraverso una breve discesa si raggiunge il fondo dolina, completamente occupato da una grande cisterna circondata da un muretto a secco. La cisterna, le cui ultime ristrutturazioni risalgono a metà ‘800, è in un perfetto stato, che non ne nasconde però il fascino antico. Creata come riserva idrica per la popolazione, in seguito jazera e sorgente per le locomotive, ammicca richiamando lontani pleniluni, quando - mi piace pensare - la sua superficie veniva interrogata, in estatiche notti rituali. Oggi un interessante manto di lemnacee nasconde il mistero della divinazione, dando un’aria di selvaggio oblio al sito. Ma, per chi non fosse appassionato di misteri e magie al chiaro di luna, la vista in questo singolare angolo di Carso vale la pena dal punto di vista naturalistico (un cartello all’inizio del percorso descrive la notevole diversità dell’ecosistema). E dagli specchi ai fiumi... al fiume! L’unico che abbiamo fortuna di vedere, intuendo solo il labirintico intrecciarsi degli altri, sotto i nostri piedi. “In tutto il Carso c’è una sola valle, in fondo alla quale scorre un fiume. Questo fiume si chiama Rosandra”. Con parole imponenti “il racconto del Carso” presenta la Val Rosandra; un mondo nel mondo. Qui da sempre l’acqua lavora con l’uomo. È stata l’energia che muoveva i mulini, è stata compagna delle donne che lavavano i panni delle gran signore di città, è stata ghiaccio, è stata la Dea a cui dedicare auree offerte, è stata imbrigliata nell’ingegno romano dell’acquedotto. È qui, in onore di questo intimo complice rapporto, ognuna delle 21 vasche che il torrente ha scavato per riposarsi ha il suo nome. Sicuramente merita sedersi sulla sponda del fiume e rimanere a guardare… o a sentire, il tranquillo scorrere delle malinconiche lacrime della sfortunata Rosandra, che lenendo il dolore del mancato amore non manca di alleviare le sofferenze termiche del meditabondo passeggiatore. Dicono che l’acqua del fiume conferisca forza invincibile a chi ci si immerge, che lavi le colpe, che ridoni la memoria. Stare seduta sulla riva del Rosandra a me invece fa piacevolmente dimenticare tutto! Piccolo mondo pacifico, capace di trasmettere una tranquilla serenità percorrendo uno dei tanti sentieri che la attraversano. E dalla tranquilla atmosfera della Rosandra alla monumentale bellezza di Rakov Scocjan. Il fiato manca e le parole non bastano. In un’appassionante alternarsi di sorgenti e inghiottitoi, di ponti naturali e caverne, di placide vasche e cascate, l’acqua qui compare e scompare, indiscussa primadonna, capricciosa come il suo donatore. Le acque del Rio arrivano dal non lontano Cerkniško Jezero (lago del Circonio), che alterna stagionalmente una generosa distesa d’acqua di 26 km2 ad un’ampia pianura erbosa nei periodi di siccità. Una romantica strada forestale corre vicino al fiume, in uno splendido bosco di faggi, fra ponticelli, prati e vasche quiete. Bellissima da percorrere a piedi o in bici, è ricca di cartelli informativi sulle rarità idrogeologiche dell’area protetta. Un’esperienza!

L’amica sta ancora aspettando… ora mi spiegherò, ma prima… un brindisi, un ultimo omaggio all’acqua, sapientemente impreziosita in un perfetto matrimonio alla triestina che prende il nome di SPRIZ!



Passaggi a Nord-Ovest

La vecchia strada della Valcellina
di Lorenzo DS, Federico & Francesca Olimpi


Come arrivare: da Pordenone Stazione FFSS con autocorriera ATAP a Barcis. Pregate il gentile autista di fermarsi in località “Ponte Antoi”, fermata non prevista. In caso di inflessibile rifiuto, scendete a Barcis centrale e ripercorrete per ca. 1 km la statale per Pordenone fino al suddetto ponte.
Periodo consigliato: la vecchia strada è aperta al pubblico nei mesi estivi. (orari: www.riservaforracellina.it)
Difficoltà: nessuna


Text Box: Foto di Federico OlimpiSe uscendo dalla galleria del Fara (4km) vi siete chiesti se e come si raggiungesse la Valcellina prima dell'apertura del tunnel, dovete intanto immaginare una valle chiusa alle due estremità da canyon profondissimi: il Vajont a nord e la Forra del Cellina a sud. Solo lo sfruttamento idroelettrico dei due bacini a monte ha consentito, in tempi diversi, la costruzione di strade che aggirassero i lunghi sentieri tradizionali, come la ripida mulattiera che dalla forcella della Crous sopra ad Andreis porta a Maniago Libero, in pianura - percorribile solo a piedi o con le slitte forestali. Nel 1906, la prima carrozza raggiungeva Barcis. La “vecchia strada” fu scavata, a tratti incisa, proprio laddove sembra illogico ci possa essere una strada: lungo i ripidi contrafforti calcarei del Fara e del Montelonga. Gallerie a soffitto naturale, ponti alti fino a 35 metri e lunghe cenge artificiali collegavano Montereale alla vecchia centrale idroelettrica e questa alla valle fino al 1992. Dopo anni di abbandono, un piccolo tratto dell'opera è stato messo in sicurezza e valorizzato nell'ambito della Riserva Naturale Regione della Forra del Cellina. Ecco un itinerario dal quale potete lasciarvi influenzare quando programmerete la vostra prossima esplorazione a nordovest.

È un luogo meraviglioso nel quale l'opera dell'uomo - anche se abbandonata - impreziosisce un ambiente eccezionale, come un'antica rovina immersa nella foresta lussureggiante.

Itinerario:

Ponte Antoi - Bivio Sentiero del Dint. Per accedere alla strada è obbligatorio l'uso del casco (c'è la possibilità di affittarli all'ingresso al costo di 1 euro, dove sarete muniti di mappa dell'itinerario). L'umida galleria introduce alla forra poco a valle rispetto alla diga che contiene le acque del lago di Barcis. La strada segue in leggera discesa il versante, con ottimi scorci sul torrente, dove, con un po‘ di fortuna, potreste avvistare il merlo acquaiolo, simbolo della riserva, nonché i celebri pescatori di Andreis che si avventurano sul greto per la caccia alla trota. Dopo ca. 1.5 km, si giunge ad un bivio, sbarrato a destra, al quale corrisponde una confluenza fluviale: è il torrente Molassa che si getta nel Cellina, scavandosi improvvisamente la via nel monte, qui coperto da faggi e noccioli. Dopo breve salita si sorpassa l'altra uscita della zona visitabile, presso un'ulteriore spettacolare confluenza, incassata quasi 30 metri sotto alla strada. Dall'evidente ponte, scegliere per due volte la stradetta asfaltata di sinistra, salendo lungo alcuni tornanti che portano attraverso un umido bosco alla selletta tra la località Molassa e il Lago. Raggiuntala, si nota sulla sinistra un sentierino ben sistemato (gradini) che sale nella faggeta (cartello " Sentiero del Dint", ove il dint indica qualche spuntone roccioso odontoforme).

Bivio - Ponte Antoi. Dopo ca. 5 minuti di cammino, un primo bivio concede la possibilità di rientrare al punto di partenza rapidamente a destra oppure di raggiungere un cucuzzolino panoramico in circa 25 minuti sulla sinistra (consigliato). A NE, Andreis, dominato dalle rocce del monte Raut, a W il lago e la catena di monti che funge da confine del Friuli. A S, invece, si può apprezzare l'illogico tracciato del Cellina e l'enorme portale forcelliforme attraverso cui scende a scioglersi nei greti della pianura. Ritornati al bivio suddetto, percorrete in quota un lungo un costone punteggiato da un prezioso bosco misto, fino ad un secondo e ad un terzo punto panoramico (eccellenti pannelli informativi sul bosco, la diga e i fenomeni carsici). Il sentiero torna infine con una ripida serpentina al lago, direttamente alla spiaggia e, indi, in acqua (bagno consigliato).

“Leggi questo”, letture consigliate: La vecchia Strada della Valcellina, luoghi ed itinerari della scuola d'ambiente, 1999 Cooperativa S.T.A.F.

(Reperibile c/o il “Centro Visite” località Ponte Antoi). In questo libriccino potrete ammirare splendide fotografie della strada, di ieri e di oggi.

Valcellina, percorsi di memoria, T.Borsatti, T. Trevisan, 1^ ed. 1994, edizioni Geap.


All’arrembaggio…

Alternative acquatiche per i vostri spostamenti estivi!
di Silvia Colomban


Per chi vive a Trieste i mesi estivi sono sinonimo di “andar al bagno”, espressione tipica per indicare appunto andare al mare e approfittare delle lunghe giornate di sole e della vicinanza di callette, scogli, baie dove immergersi e rilassarsi e prendere il sole.

Vogliamo quindi consigliarvi qualche spostamento più sostenibile e sicuramente suggestivo dell’auto per raggiungere la vostra postazione sole e mare.

Forse non tutti sanno che c’è un ottimo servizio di traghetti Trieste Trasporti che nella bella stagione offre diverse tratte:

Linea: Trieste – Muggia (giornaliera annuale)

Linea: Trieste – Barcola – Grignano – Sistiana (servizio estivo)

Linea: Trieste - Grado

Vi consigliamo di consultare il sito www.triestetrasporti.it o chiamare il numero verde 800-016675 per conoscere gli orari ed avere informazioni sulle convenzioni esistenti con le categorie agevolate. La linea per Grado invece è gestita da Apt Gorizia, e ha degli sconti per i possessori di FVG card, la carta del turismo Fvg. Il nostro consiglio è prendete il largo e godetevi la gita in barca, e anche la vostra tintarella ne trarrà giovamento! Se poi l’idea di andar per mare vi attrae, potete pensare di utilizzare questo mezzo anche per l’organizzazione delle ferie estive, infatti da Trieste partono diverse compagnie di traghetti per le coste adriatiche, come la linea Trieste – Durazzo o Trieste – Parenzo – Portorose – Rovigno.

L’agenzie di turismo Friuli Venezia Giulia (Info Point in Piazza Unità d’Italia 4b) e gli uffici situati in Stazione Marittima (Stazione marittima molo IV) sapranno fornirvi tutte le informazioni che desiderate, perciò non resta che salpare!

Buon viaggio!


Sete

Un paio di mesi fa ho partecipato ad una riunione del “Volentieri” in cui si poneva il primo mattone di questo numero: “parleremo dell’Acqua”. BOOM!! Una frazione di secondo dopo la mia mente era persa in una supernova di ricordi di infanzia.
di Noiz-P



La casa dei miei nonni, in via Napoli 50, nel centro del centro di Palermo.

Tutto il mio famiglione si attrezzava d’estate per trascorrere le due settimane centrali agostane nella terra delle origini... nonna materna, genitori, 4 figli, un milione di bagagli sotto casa nel coneglianese.

Poi taxi e aeroporto (offertona family Alitalia) o stazione dei treni (niente offertona family Alitalia).

Laggiù nonni, zii, cugini, lontani parenti, mare, gelato, pesce... tutto in abbondanza (pure troppo).

Unica risorsa precaria l’Acqua. A giorni alterni, da conservare, da preservare. Da piccoli era quasi un gioco organizzare il turno delle docce, cronometrarsi... ma non potevo non pensare ai miei parenti più anziani che, pur vivendo in un capoluogo, dovevano confrontarsi con un problema non da poco.

Il piccolo nerd no global che da sempre alberga nella mia testolina cominciò a farsi delle domandine. Negli anni qualche risposta l’ho trovata.

La Sicilia, nelle proiezioni mentali di molti, è una specie di zona pre-desertica, con cammelli e beduini in preda alle allucinazioni.

Ve l’assicuro: d’inverno sembra la Scozia delle Highlands col morbillo. Cascate, pascoli e prati verdissimi, aranceti a perdita d’occhio.

D’estate fa caldo, come negarlo. La natura si secca un bel po’ ma siamo molto, molto lontani dalla desertificazione.

Pensate che ogni anno circa 7 miliardi di metri cubi d'acqua - quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e 482 milioni di metri cubi (1 miliardo e 325 milioni per l'irrigazione dei campi, 727 milioni per dissetare i centri abitati, 430 milioni per il fabbisogno industriale) – si rovesciano sul “granaio d’Italia” di romana memoria.

Stringiamo il campo d’indagine sulla mia amata Palermo.

Un documento del Ministero delle attività agricole redatto nel 1940 parlava di 114 sorgenti e 600 pozzi che soddisfacevano abbondantemente il fabbisogno della comunità civile e agricola, la quale poteva contare su un numero impressionante di pozzi nei pressi della costa e delle foci dei fiumi (diverse foto testimoniano l’esistenza di fiumi nell’area urbana; uno tagliava Palermo proprio nel mezzo).

Facciamo un saltino di qualche anno... 30 anni dopo la stessa indagine dà risultati un pelino differenti.

1968: figurano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda.

Cos’è successo? Voi mi avete già capito... la spiegazione risiede nella terza e più grave delle piaghe che affliggono la Sicilia oltre l’Etna e il traffico... è tentacolare e vorticosa, decisamente propensa all’uso della violenza e del sopruso.

Quello che prima compariva sulle carte si era prosciugato più velocemente della Cassa del Mezzogiorno.

I pozzi erano finiti in mano ai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, ai Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi.

L'Azienda municipale acquedotto di Palermo prendeva in affitto i pozzi dei “privati”, gli pagava quella che doveva essere la sua acqua (circa 400mila euro l'anno) mentre i privati per scavare i pozzi si servivano dei mezzi dell'Esa, cioè di un ente pubblico. Con modica spesa realizzavano affari consistenti.

La Provincia, alla ricerca di nuove acque, trivellava le zone povere d'acqua, lasciando le zone più ricche al monopolio di Cosa Nostra. Il prezzo poi era stabilito dalle famiglie mafiose che, a seconda del periodo, potevano “ricattare” la città imponendo variazioni di spesa.

La privatizzazione dell’Acqua, ora al centro di polemiche e confronti a livello mondiale, è uno stato di fatto da oltre un secolo nell’isola del sole, con un’impennata di attività delittuose legate ad essa durante gli ultimi 50 anni.

Ha visto i suoi albori con la costituzione dello Stato unitario che non varò alcuna politica di pubblicizzazione e regolamentazione delle acque.

Nelle campagne palermitane si è impose la pratica del controllo privato esercitato da guardiani, i "fontanieri", stipendiati dagli utenti.

I guardiani erano nella maggioranza legati alla mafia, così pure i "giardinieri", cioè gli affittuari e gli intermediari.

Chi si opponeva allo stato di fatto (politici, privati, giornalisti) veniva messo a tacere in tempo zero.

Negli anni ha messo in campo una rete fittissima di interessi e collusioni di ogni tipo (sanità, agricoltura, lavori pubblici) troppo trasversali per venirne a capo. Questo groviglio è alla base di quel che ancora oggi accade in tutta la Sicilia.

Nessuna delle dighe esistenti è autorizzata ad essere riempita completamente: la diga Ancipa potrebbe raccogliere 34 milioni di metri cubi d'acqua, ne raccoglie solo 4 milioni. Presenta delle crepe, segnalate da più di trent'anni.

La diga Disueri potrebbe contenere 23 milioni di metri cubi, ma deve fermarsi a 2 milioni e mezzo. La diga Furore, in provincia di Agrigento, completata nel 1992, non è mai entrata in funzione.

Data la frammentazione della gestione, spesso riesce difficile individuare le responsabilità. In Sicilia si dovrebbero occupare di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400 consorzi fra utenti e altri 13 consorzi. All'ennesima emergenza idrica, si è pensato di risolvere il problema nominando commissario il presidente della Regione.

Nel 2000, un'ordinanza di protezione civile stanziava 54 miliardi per opere urgenti da realizzare nel giro di nove anni.

Le inadempienze della Regione hanno indotto il Ministro dei lavori pubblici a nominare, nel febbraio del 2001, un commissario dello Stato.

Ora: provate a pensare ai volumi di denaro legati allo sfruttamento delle risorse idriche, alla produzione agricola e al mercato derivante legati a queste, ai cantieri connessi direttamente e indirettamente ad opere pubbliche e private sul territorio nazionale e europeo... miliardi di euro.

Da qui una serie di omicidi tesi a soffocare tesi scomode, boicottaggio e sabotaggio di sorgenti-falde freatiche-condutture, omissioni di indagine, oscuramenti di bilancio e appropriazione etc etc. Il solito, perfetto, orrendo puzzle di denaro e silenzi, che piega lo Stato al suo volere.

Spesso tv e giornali chiedono conto dell’omertà del Sud... e mi fa male... gente col microfono che interroga il cittadino: “Ma se sapete perché non denunciate?”; “Ma allora siete conniventi col potere mafioso: siete delinquenti anche voi!”.

Un paio di riflessioni: la Mafia si è inserita nel contesto sociale ed economico del Meridione in un periodo di gravi mancanze, ponendosi come una sorta di longa manus benefica che risolveva, sosteneva, appoggiava il popolo. Facendo leva sulle insicurezze e sull’ignoranza della povera gente ha eliminato tutte le personalità che non scendevano a patti, comprando quelle corruttibili.

Nell’immediato dopo guerra, complice la liberazione americana dal fascismo (che era riuscito a frenarla o a costringerla a emigrare), l’organizzazione ha cambiato il suo assetto politico. Da forza operante nei settori “classici” dell’illegalità, la Mafia ha cominciato a sostituirsi a parti vitali del sistema economico. Lì è la chiave di tutto.

Immaginate la storia siciliana (ma un po’ di tutto il sud) come un binario col treno sopra.

Ad un certo punto, complice un capostazione e un addetto al controllo traffico, il treno, in piena corsa, viene deviato su altro binario da una leva-scambio tirata nel momento meno documentabile del viaggio. Il gioco è fatto.

Qualunque operazione, comunicazione, fermata, riparazione di quel treno sarà fatta sul percorso alternativo a quello regolare.

Mettiamo che la soluzione sia tirare un’altra leva di cambio per far tornare il mezzo sul tracciato originale.

Ad ogni posto di controllo c’è un comando armato che impedisce anche solo di avvicinarsi (minacciando te e tutti gli affetti che hai... anche se sono lontani migliaia di chilometri) o un integerrimo professionista capace di convincere i questuanti che è necessario rimandare al prossimo scambio l’operazione per la salvaguardia dei viaggiatori o un sabotaggio dell’attrezzatura o una frana sulla strada che porta al binario etc etc etc

Quale la soluzione? La morte dell’oppositore (Peppino Impastato)? La morte dell’inquirente (Falcone-Borsellino)? La morte della gente comune (Portella delle Ginestre)? Ci sarà sempre e solo morte lungo quel binario... anche se tutto il popolo si riversasse per le strade... basterebbe più esplosivo, più armi, più parolai.

La Mafia è diventata una parte della mano dello Stato (direi il pollice opponibile), cura i suoi interessi, investe per suo stesso conto.

Le attività criminali legate all’import-export di stupefacenti, compravendita d’armi, pizzo etc sono ormai la voce meno redditizia del bilancio mafioso. Ne è la prova il fatto che tutti i vecchi dell’organizzazione (leaders del vecchio modo di gestire il sistema) sono stati epurati dalla stessa organizzazione, messi in bella vista per essere catturati... Si può davvero pensare che attraverso i “pizzini” Provenzano gestisse le compartecipazioni azionarie delle famiglie nelle speculazioni edilizie estero su estero triangolate alle Cayman? Provenzano, Riina, Greco erano il braccio armato, la faccia da additare ai maxi-processi. Non ne sto sminuendo il potere criminoso... piuttosto quello criminale.

Ripeto: quale la soluzione? Mai avrei pensato che uno di super-sinistra come me arrivasse a questa conclusione: capitale.

Capitale pulito a fiumi e vincolato, meglio se straniero. Sostituzione della leadership politica tout court. Amministratori esterni interfacciati con una direzione centrale che opera oltre i confini nazionali. Perché l’unico modo di salvare quel treno è avere un mezzo supertecnologico e costoso che arrivi dall’alto, agganci i vagoni e li riporti sul binario originale.

Mi direte: sei sicuro che in tal caso non riempiranno di esplosivo il treno stesso? Domanda legittima.

Se vorrete ne parleremo nel prossimo numero.

Adesso vi lascio pensare a quanti hanno lottato e lottano contro il sistema mafioso pagando con la vita.

Poi vi invito a pensare alle mie estati di vacanza e ai miei nonni con l’acqua centellinata.

Vedete, in Sicilia, in fondo, quasi tutti pagano con la propria vita.

Ma quanti vivono questa condizione che sembra appartenere solo a certe regioni o zone del mondo?

Allontanate la lente da quel piccolo triangolo di terra quasi isoscele.

Quanti treni stanno correndo su binari corrotti?

Se non è acqua è cibo, se non cibo lavoro, se non lavoro condizioni di salute, se non la salute le aspettative di vita e realtà.

Ma stiamo cominciando a parlare dei punti chiave noi (tutti), i fortunati del mondo. Io lo vedo come un buon inizio. C’è sete.

Alla prossima



… e l’acqua salata?

Nello speciale del National Geographic Italia dedicato all’acqua tutti gli articoli sono riferiti all’acqua dolce. La nostra redazione vanta fior fior di esperti d’acqua (ma salata, perbacco!) e pensiamo sia doveroso e sacrosanto integrare questo numero del Volentieri con un articolo sull’acqua SALATA, vulgo acqua de mar.
di S. Querin, P. Lazzari e S. Salon


Com’è profondo il mare (Lucio D.), quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai (Paolo C.).

Lucio e Paolo, i nostri grandi cantautori, di mare ne capiscono davvero. Tuttavia, volendo proprio essere pignoli bisogna riconoscere che, batimetrie alla mano, i mari sono sì estesi, visto che occupano il 70% della superficie terrestre, ma, con le dovute proporzioni, sono sottili come un foglio di carta velina. Dicendola alla Piero Angela: “Immaginate il nostro pianeta come un’arancia, ebbene, gli oceani occuperebbero appena lo spazio della sua sottile carta protettiva”. Grandi superfici consentono grandi scambi di massa ed energia con l’atmosfera, rendendo quindi il mare un enorme accumulatore di calore.

Un’immensa arteria d’acqua (nota come conveyor belt, vedi figura) percorre Oceano Atlantico, Indiano e Pacifico, toccando i Poli e attraversando l’Equatore, e influenza la circolazione su scala globale, regolando il clima di questo pazzo mondo.

Se le correnti marine sono l’apparato circolatorio degli oceani, gli organismi vegetali presenti al loro interno ne sono i polmoni. Le foreste che popolano i mari sono composte da tutti i tipi di alghe che vediamo quando passeggiamo lungo le spiagge, o andiamo a farci un bagno, ma soprattutto da un’infinità di microrganismi vegetali invisibili ad occhio nudo. Alcuni di essi, i famigerati batteri autotrofi (alias cianobatteri), sono piccolissimi (meno di 2 millesimi di millimetro) e la loro importanza nell’ecosistema marino è stata scoperta solo in anni recenti. Il complesso di questi organismi microscopici, esattamente come gli alberi e le piante terrestri, è in grado di assorbire anidride carbonica ed emettere ossigeno. Questo processo è potenzialmente in grado di ridurre la componente antropica dell’effetto serra, che molti pensano possa provocare uno sgradevole aumento di temperatura del pianeta. Stime esatte di quali siano le capacità regolatrici degli oceani sono piuttosto difficili: gli scienziati stanno intensificando le ricerche sperimentali sull’ecosistema marino e si affidano ai super-calcolatori per cercare di capire se questi enormi polmoni possano contenere gli effetti delle porcherie emesse nell’ambiente dall’uomo. Tuttavia, la grande complessità e varietà dei processi naturali e delle attività umane impediscono previsioni esatte.

E dalle nostre parti? El mar se movi apena... Mica tanto! Il Golfo di Trieste ha un comportamento estremamente vario e dinamico (anche in questo se distinguemo): alle volte, quando soffia solo una fresca bavisela, se ne sta tranquillo, spesso però è interessato da correnti di natura e caratteristiche diversissime: la Bora rimescola le acque come fosse un carziùl[1] gigantesco e le spinge con forza fuori dal Golfo. I venti di Scirocco, e soprattutto di Libeccio, possono causare pericolose mareggiate mentre le acque dolci e torbide dell’Isonzo in piena tendono ad espandersi in superficie come una grande chiazza d’olio che può arrivare fino a Miramare o, in certi casi, a Trieste e Muggia.

Alcuni anni fa i giornali avevano riportato la notizia che i cambiamenti del clima stavano bloccando la “corrente del Golfo di Trieste”, rischiando di alterare le condizioni oceanografiche dell’Adriatico in modo potenzialmente catastrofico. Niente allarmismi! La “corrente del Golfo di Trieste” formalmente non esiste affatto e non deve far pensare a presunte analogie con la corrente del Golfo del Messico. Si tratta di fenomeni completamente diversi: in due parole, durante i mesi invernali nel nostro Golfo, come in buona parte del Nord Adriatico, il forte raffreddamento dovuto alle temperature rigide e alla Bora, crea acque fredde (quindi più pesanti) che in primavera ed estate scorrono lentamente in profondità fino a raggiungere il canale d’Otranto. A seconda degli anni, queste acque (che gli oceanografi chiamano “dense”) si formano in quantità maggiori o minori, influenzando le caratteristiche dell’Adriatico in maniera differente, ma sempre nell’ambito della normale variabilità che si riscontra di anno in anno. Quindi, almeno nel prossimo futuro, non ci attendono scenari da disaster movie americano, tipo Mìkeze e Jàkeze con l’acqua alla gola. Ma questo è pane per i climatologi.

Insomma, il mare ha ancora molto da raccontarci, quindi, scoltè: l’acqua salada no servi solo per cusinarse la pastasuta!

N.d.R.: questo articolo è stato redatto NON bevendo acqua (né dolce né salata).


Sempre meno acqua

L’acqua non è illimitata. È una risorsa rinnovabile ma non equamente distribuita ed è minacciata dallo sfruttamento e dall’inquinamento. A chi la sua gestione?
di Gianpiero Cossarini e Barbara Rossini


Se pensiamo che l’acqua sia una risorsa illimitata e gratuita perché la vediamo ogni giorno riempire il nostro bel golfo o scorrere dai nostri rubinetti al semplice tocco, ci sbagliamo di grosso! Sebbene il 71% della superficie terreste sia ricoperta d’acqua, solo una piccola parte, il 2%, è dolce. Ma la maggior parte dell’acqua dolce è immobilizzata nelle calotte polari e nei ghiacciai, ed è pertanto non accessibile. Soltanto l’acqua continentale (fiumi, laghi e corsi sotterranei), che rappresenta lo 0.014% del totale (ovvero 40.000 miliardi di m3) è utilizzabile da noi, dalle piante e dagli animali. A prima vista, il numero appare molto elevato. Si potrebbe perfino affermare che ce ne sia in abbondanza per tutta l’umanità, visto che ogni anno il ciclo dell’acqua (quello studiato sui sussidiari alle elementari: l’evaporazione dai mari, la condensazione nelle nuvole, la precipitazione in pioggia, lo sgorgare dalle sorgenti e il lento defluire di nuovo al mare) ne rende disponibile e rinnovabile una quantità pro capite di oltre 6000 m3. Ma non è cosi!

Anzitutto non è equamente distribuita tra i continenti, gli stati e i popoli; cosi un islandese può beneficiare di oltre 700.000 m3 all’anno, un europeo di oltre 2˙500 m3 annui, mentre un abitante della Palestina di 300 m3, uno di Malta di 25 m3. Questo squilibrio genera tensioni tra i popoli e gli stati per l’uso e il controllo delle risorse idriche. Alcune delle guerre moderne (ad esempio in Darfur o in Palestina, solo per citare due casi) possono essere analizzate anche in relazione al controllo delle sorgenti d’acqua.

In secondo luogo, anche dov’è abbondante, l’acqua può essere fruibile in pochi e brevi periodi, intervallati da siccità e penuria. Si stima che circa il 20% del territorio italiano, soprattutto nel sud, è vulnerabile al rischio desertificazione a causa, assieme ad altri fattori, anche della crescente carenza d’acqua legata ai cambiamenti climatici.

C’e poi l’inquinamento e lo sfruttamento incontrollato che insidiano sempre più la qualità dell’acqua potabile. Non serve andar lontano, basti ricordare che, agli inizi degli anni ’90, numerose città della pianura friulana dovettero chiudere letteralmente i rubinetti nelle case per mesi perché le falde degli acquedotti erano inquinate dall’atrazina.

E se guardiamo a come viene utilizzata, scopriamo che l’acqua che utilizziamo per dissetarci, lavarci, cucinare, pulire rappresenta solo l’8% del consumo medio italiano; l’agricoltura si beve il 69% dell’acqua disponibile mentre l’industria il 23%. Ciascuno di noi consuma in media 200 litri di acqua al giorno per gli usi domestici, ma per coltivare un chilo di frutta o verdura sono necessari tra 500 e 1˙000 litri; per “allevare” un chilo di carne anche oltre 10˙000-15˙000 litri di acqua e un capo d’abbigliamento assorbe da 5˙000 a 15˙000 litri d’acqua.

In ultimo, va ricordato che l’acqua è utilizzata per la produzione di energia (sequestrata nei laghi e poi imbrigliata nelle condotte delle centrali), per disperdere l’inquinamento, come mezzo di trasporto, come luogo ricreativo, ed è parte vitale ed essenziale di molti ecosistemi dal cui benessere dipendono tante attività dell’uomo.

Il quadro che emerge è che, anche da noi, l’acqua costituisce una risorsa rinnovabile ma vulnerabile e potenzialmente scarsa, inserita in un sistema fragile di relazioni, ove s’intersecano interessi divergenti se non contrastanti.

La sua gestione deve, quindi, essere improntata all’insegna di principi di efficienza, di conservazione della sua qualità, di equità della sua disponibilità e di efficace uso.

Sull’argomento, il dibattito è acceso perché vi sono divergenti visioni.

C’è chi, come il Global Water Partnership, organizzazione a cui afferiscono multinazionali, Banca Mondiale ed alcuni paesi, che diffonde, anche attraverso il forum mondiale dell’acqua, una visione dell’acqua come bisogno e bene economico da assoggettare al mercato, in virtù della capacità del privato e del mercato di razionalizzare e rendere efficiente l’uso e la gestione della risorsa.

E c’è chi, come molte associazioni ambientaliste e sociali, comitati ed enti locali, che propongono una visione secondo cui l’acqua è un diritto e la sua gestione dovrebbe esser libera non solo dal profitto ma anche dalla politicizzazione e finalizzata all’interesse della comunità.

Piace ricordare la storia di Cochabamba in Bolivia dove, dopo la privatizzazione del sistema idrico nel 1999 a favore di una multinazionale e l’instaurazione di un regime che aveva anche negato l’accesso all’acqua alla gente, il movimento "coordinadora de defensa del agua y la vida” ha costretto, dopo dure lotte, il governo a revocare la legge sulla privatizzazione.

E in Italia? Se ne sta discutendo ora con una nuova legge che muove verso la privatizzazione. Ma certamente si può dire che non è vero che per una gestione efficiente della risorsa bisogna ricorrere al privato. La pubblica Irisacqua di Gorizia offre un ottimo servizio ai nostri vicini e reinveste gli utili per migliorarne il servizio e in progetti di sviluppo, mentre la privatizzazione dell’acqua ad Arezzo è stata riconosciuta come un fallimento per il cittadino.

Neanche è vero che se l’acqua è pubblica se ne ha un uso equo ed efficace. Il sistema idrico, in molte regioni, è un colabrodo (in media si perde oltre il 40% dell’acqua estratta dai fiumi e dalle falde), e l’acqua costa poco (meno di 1€/1˙000 litri per usi civili e ancor meno per gli usi agricoli) determinandone spesso un uso poco attento ed uno spreco. Troppo spesso, poi, il pubblico non è in grado di far rispondere del danno chi spreca ed inquina.

In ogni caso nè il pubblico nè il privato al momento sembrano interessati ad investire quei 60 miliardi di euro che nel prossimo decennio sarebbero necessari per modernizzare le infrastrutture e ridurne gli sprechi.

La gestione dell’acqua è una problematica di non facile soluzione, ma che necessita di una discussione aperta ed informata e di una forte consapevolezza della gente per decidere come questa risorsa primaria ma limitata debba essere utilizzata, gestita e governata.



Dati e informazioni per questo articolo sono stati presi da:

Jacques Sironneau, L’acqua. Nuovo obiettivo strategico mondiale, Asterios Editore

Martinelli Luca, L’acqua è una merce, ed. Altreconomia, 2010

Acqua: il mondo assetato, National Geographic Italia, marzo 2010

Istruzioni per l’acqua, Carta marzo 2010

Acqua: pubblica, privata o pulita? Legambiente, febbraio 2010


Acqua: una questione di scelta, la nostra

Conoscere per decidere cosa possiamo fare per salvare un risorsa comune
di Barbara Rossini e Gianpiero Cossarini


L'ultimo capitolo sulla storia della gestione dell'acqua in Italia è stato scritto il 19 novembre 2009, data in cui il Parlamento ha approvato il decreto Ronchi, che radica e accelera il processo di privatizzazione dei servizi pubblici locali, di dismissione della proprietà pubblica e delle relative infrastrutture, in atto già da molti anni. L'obiettivo dichiarato dal nostro Ministro per le Politiche comunitarie nel sottoporlo al Governo è stato l'attuazione di obblighi comunitari e l'esecuzione di sentenze della Corte di Giustizia della Comunità Europea. Ha così inserito un articolo, l'art.15, che stabilisce di affidare la gestione dei servizi pubblici locali di “rilevanza economica” tramite una gara ad evidenza pubblica, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità Europea. Ciò che forse non è molto noto però, è che è a totale discrezione dei singoli Stati membri, stabilire quali siano i servizi ritenuti di “rilevanza economica” e non compete a Bruxelles né dare indicazioni in merito né imporre gare e concorrenza. Nel caso dell'acqua, basta pensare all'esempio di Parigi. Il sindaco della capitale francese non ha rinnovato la concessione in scadenza a fine 2009 a due tra le più grandi multinazionali dell'acqua, Suez e Veolia, che dalla metà degli anni Ottanta si occupavano di distribuire l'acqua e di fatturare il consumo idrico dei cittadini. Dal 1 gennaio 2010, Delanoë ha preferito riprendere il controllo diretto dell'acquedotto cittadino affidandone la gestione a “Eau de Paris”: un ente di diritto pubblico e non una società per azioni, operando una scelta del tutto in linea con le norme europee: ma nel nostro bel Paese si preferisce puntare sulla mistificazione. Nel corso degli anni abbiamo assistito a una progressiva deresponsabilizzazione dello Stato, che ha preferito trovare nel privato la panacea di ogni male piuttosto che porre rimedio a quelle gestioni pubbliche che si sono rivelate a vario titolo fallimentari, favorendo allo stesso tempo una visione basata sul profitto e sulle leggi di mercato nei confronti di un bene che è vita e che non dovrebbe essere considerato l'oro blu del nostro tempo. Certo, la volontà di riappropriarsi di una gestione o meglio ancora di un governo pubblico dell'acqua significa soprattutto imparare dai fallimenti del passato per tentare di dare il via a un nuovo corso. Significa, come sostiene il Manifesto dell'Acqua, riaffermare che l'acqua è un bene comune e un diritto inalienabile dell'umanità. “Che l'accesso all'acqua, potabile in particolare, è un diritto umano e sociale imprescrittibile che deve essere garantito a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla razza, l'età, il sesso, la classe, il reddito, la nazionalità, la religione, la disponibilità locale d'acqua dolce. Che la copertura finanziaria dei costi necessari per garantire l'accesso effettivo di tutti gli esseri umani all'acqua, nella qualità sufficiente alla vita, deve essere a carico della collettività, secondo le regole da essa fissate, normalmente tramite la fiscalità ed altre fonti di reddito pubblico. Lo stesso vale per i servizi legati alla totalità del servizio idrico integrato, cioè a quell'insieme di servizi di captazione, adduzione e distribuzione dell'acqua ad usi civili, di fognatura e depurazione delle acqua reflue. Che la gestione e la proprietà dei servizi sono una questione di democrazia, fondamentalmente un affare della cittadinanza e in senso più esteso della collettività. Non solo dei consumatori e soprattutto non in mano ai distributori”. Nel 2007, su iniziativa del Forum italiano dei movimenti per l'acqua costituito da centinaia di comitati territoriali e da un numero crescente di realtà sociali e culturali che si oppongono alla privatizzazione, ben 406mila persone aventi diritto di voto sottoscrissero la proposta di legge d'iniziativa popolare concernente: “Principi per la tutela , il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripublicizzazione del servizio idrico”, che prevede che i gestori del servizio idrico integrato siano solo enti di diritto pubblico (aziende speciali, consorzi) e disciplina le modalità di partecipazione dei lavoratori e delle comunità locali ai processi decisionali. Inoltre, stabilisce che gli investimenti siano coperti anche dallo Stato, ricorrendo alla fiscalità generale (basterebbe destinare al servizio idrico anche solo il 5 per cento della spesa militare prevista nella Finanziaria) e non solo dalle aziende, che si garantiscono un profitto sulla tariffa delle bollette pagate dai cittadini pari al 7% a remunerazione del capitale investito. Piccola nota, purtroppo il testo è tuttora fermo e in attesa di essere discusso presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati. Ora siamo di fronte a una nuova sfida. Il 24 e il 25 aprile è partita ufficialmente in tutta Italia la raccolta firme per promuovere 3 referendum per la ri-publicizzazione dell'acqua, per l'acqua bene comune; 500mila le firme necessarie da raggiungere entro il 4 luglio per poter sottoporre i tre quesiti al giudizio della Corte Costituzionale e, se ritenuti ammissibili, andare alle urne.

In breve, con il primo quesito si propone l'abrogazione dell'art. 23 bis [dodici commi] della Legge n.133/2008 relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica; con il secondo si propone l'abrogazione dell'art.150 [quattro commi del Decreto Legislativo n.152/2006 c.d. Codice dell'Ambiente], relativo alla scelta della forma di gestione e procedure di affidamento, segnatamente al servizio idrico integrato; con il terzo si propone l'abrogazione dell'art. 154 del D.Lgs n.152/2006 [c.d. Codice dell'Ambiente], limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa è il corrispettivo del servizio idrico ed è determinata tenendo conto della remunerazione del capitale investito.

Per avviare un'inversione di tendenza e riappropriarci del significato della parola democrazia. Per noi, per preservare l'acqua per le future generazioni, per garantirla ai più poveri e al Sud del mondo. Per fermare la mercificazione di un diritto.

Fonti:

www.acquabenecomune.org

www.contrattoacqua.it

Martinelli Luca, L’acqua è una merce, ed. Altreconomia, 2010



Piccoli accorgimenti per risparmiare acqua

Alla fine non è poi così difficile, basta vincere la pigrizia e correggere i propri comportamenti per ridurre gli sprechi.
di Pietro Parisse

Prima di andare alla ricerca di metodi sofisticati per dissalare l'acqua del mare [1] potremmo iniziare a seguire in coscienza una serie di accorgimenti.

Per scongiurare il delitto dello spreco (Usare l’acqua è un diritto, sprecarla è un delitto, Campagna della regione Puglia 2007 [2]) bastano semplici gesti e un po’ di attenzione: per esempio riutilizzare l'acqua, razionalizzare l'uso degli elettrodomestici, controllare gli impianti, chiudere il rubinetto mentre ci si rade o si lavano i denti, ottimizzare l'uso dello sciacquone (responsabile di circa il 30% degli sprechi domestici).
Certo è più difficile rinunciare (soprattutto nelle gelide giornate invernali) ad un bel bagno caldo, magari con idromassaggio e al pensiero di essere per un attimo in un centro termale (mica scemi gli antichi romani) e scegliere una salutare e rigenerante doccia-lampo. In questo modo utilizzeremmo un quarto dell'acqua necessaria al bagno, ma perderemmo certamente l'effetto rilassante e l'illusione termale.

La prospettiva potrebbe cambiare all'improvviso se decidessimo di far nostro lo slogan che il governo inglese utilizzò per affrontare la siccità del 1976 [3]: Make yor shower with a friend: save water. ovvero fai la doccia con un amico (o un'amica): risparmia acqua... gli occhi già brillano e qualcuno sta già pensando di estendere l'invito... Ognuno immagini quel che vuole: resta il fatto che oltre a risparmiare acqua potremmo cementare le nostre relazioni interpersonali.

E se proprio avete voglia di un bagno caldo (tiepido a dir la verità)? A mio avviso non è niente male una nuotata alle sette di sera in agosto a Barcola e per l'inverno un sano finesettimana in un centro termale (per sentirmi meno in colpa suggerirei ai proprietari di applicare il progetto terme ecosostenibili presentato al concorso Bellacoopia 6.0 [4]).

Buona estate a tutti!

[1]http://www.nature.com/nnano/journal/v5/n4/abs/nnano.2010.34.html

[2]http://comunicazione.regione.puglia.it/component/content/article/39-campagne-di-comunicazione/86-campagna-sul-risparmio-idrico

[3]http://www.legambientearcipelagotoscano.it/globalmente/acqua/risparmiare.htm

[4]http://www.retebellacoopia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=85&Itemid=123

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Haiti

L’e-mail di Francesca, l'ingegnere di Medici Senza Frontiere, che racconta la sua esperienza nel paese colpito dal terremoto.
di Francesca Coloni



Amici immersi nell’inverno, nella primavera o nell’estate, nelle piogge o nel sole, nel caldo o nel freddo, nella polvere o nell’aria condizionata... finalmente trovo mezz’ora per dirvi che sono ancora a Port Au Prince (PAP), più che mai al lavoro, dopo giornate che sembrano settimane da tanto si gira, si decide e si fa.

Il trauma sembra essersi cronicizzato visto che la terra trema ancora sporadicamente e perciò le persone non si fidano ancora a dormire nelle loro case, anche se non sono state distrutte. Tutto attorno continua ad esserci distruzione e soprattutto disperazione che dato il tempo che passa muta in rassegnazione. Anch’io mi rendo conto che più passa il tempo e più mi abituo alla situazione: ma non si può abbassare i propri livelli di allerta solo perché dopo un mese di vita ad Haiti mi sembra di viverci da molto più a lungo. Questo è anche parte del nostro lavoro, ti devi avvolgere del paese in cui ti trovi per comprendere le priorità della gente e del luogo, altrimenti se paragoni la situazione locale a quella occidentale ti accorgi che il divario è una voragine e i mezzi a disposizione così ridotti che pensi che sia meglio riprendere l’aereo per andare nel primo posto ricoperto da una minima cuticola di benessere.

Dopo la corsa contro il tempo nella primissima fase dell’urgenza, in cui le priorità di MSF sono state gli interventi chirurgici e la distribuzione d’acqua alla popolazione sfollata, siamo finalmente riusciti a lanciare una strategia a più ampio raggio concernente il recupero e la riabilitazione dei pazienti amputati, la salute mentale, l’ingegneria sanitaria (= toilettes), la gestione rifiuti e il controllo vettori nei campi sfollati in cui MSF ha deciso di intervenire.

Troppi i bisogni, troppo pochi gli aiuti messi in pratica, sebbene tutti quelli arrivati a PAP si stiano dando più che mai da fare, dalla piccola organizzazione parrocchiale alla Federazione Internazionale della Croce Rossa.

Questo però non vale per i militari e i “peacekeepers” , che sono qui non per aiutare ma per “monitorare e garantire la sicurezza”. Niente da fare, gli incidenti succedono lo stesso, i feriti da arma da fuoco o da machete continuano ad arrivare nei nostri ospedali, difficile gestire le distribuzioni di qualunque genere nei campi, oramai la gente è talmente inquieta perché inizia a piovere e loro sono per la maggior parte ancora sotto i loro straccetti comunque arrangiati. Niente toilettes, e vivono nelle piazze, sugli incroci, nei campi sportivi, sui marciapiedi, alla mercè degli sbandati e delle intemperie.

Un haitiano ha giustamente osservato che i soldati son venuti qui per difendere Haiti, ma in realtà si comportano come se stessero difendendo se stessi da Haiti!

L’altro giorno durante una distribuzione di teli di plastica in un campo dove abbiamo installato una riserva di acqua da 15.000 litri, qualcuno venuto dall’esterno, per il rancore di essere stato scartato dalla lista dei beneficiari riceventi il prezioso telo di plastica, ha accoltellato la nostra riserva d’acqua! Rammarico da parte dei residenti del campo che hanno cercato di proporci di pagare per la riparazione. Niente paura, per fortuna nei nostri kit c’è sempre il bostik, la carta vetrata ed un bieco, in pratica è come aggiustare una gigantesca camera d’ara di bicicletta.

MSF ha iniziato da un bel po’ la distribuzione di acqua, però ora bisogna provvedere ad altri bisogni: distribuzione di tende, coperte, zanzariere (la malaria è in aumento e ci si aspetta anche il Dengue), kit igienici, costruzione di toilettes e docce.

Con più di un milione di sfollati, le organizzazioni umanitarie si stanno spartendo i campi e le attività ma le difficoltà tecniche sembrano un rompicapo.

A volte ho la sensazione di essere nel ventre della balena, mentre gli squali ti girano attorno. Come quando scii a fine giornata, cadi e non hai piu la forza di rialzarti, cerchi, ma è dura! Dunque, servono toilettes e questo è l’appello riportato pure sui giornali internazionali.

Ma ecco le difficoltà: è impossibile scavare pozzi neri per le toilettes sull’asfalto, o dove si incontra la roccia dopo 50 cm, o dove si incontra la falda a 80 cm dalla quota terreno (nelle zone prospicenti il mare) ora che siamo alla fine della stagione secca. E poi alcuni proprietari dei terreni dove la gente alloggia accettano le persone ma rifiutano di vedersi scavare le toilettes nella loro terra. Come dargli torto se sei il proprietario di un campo di calcio…

Quindi le toilettes devono essere costruite su strutture rimovibili e rialzate di modo che i reflui si raccolgano in taniche appositamente collocate.

C’è poi il problema di svuotarle, qui a PAP ci sono 3 camion per lo svuotamento delle fosse settiche. In una città con 2.5milioni di abitanti. Un sistema fognario non esiste minimamente: non possono infatti considerarsi tali i canali aperti che solcano tutta la città, fatti principalmente per collettare le acque bianche (di pioggia) ma dove tutti sono abituati a gettare ogni sorta di rifiuti. Ed ora questi canali sono ostruiti dai resti delle case distrutte, non serve essere un ingegnere idraulico per allarmarsi davanti al rischio di rigurgiti a monte e conseguenti esondazioni in gran parte della città.

Questo comporterà una disseminazione dei coliformi fecali, i batteri che normalmente bivaccano nei nostri intestini e quando reintrodotti per sbaglio (causa acqua contaminata, cibo mal cotto, frutta e verdura non lavate, mosche che ne fanno il trasporto aereo) provocano la diarrea. Già noi espatriati non ne siamo rimasti immuni (e per questo il team watsan ha dovuto implementare nelle nostre case misure da campo colerico, inondando bagni e cucine di soluzione di cloro), immaginatevi chi vive in campi con 5.000 persone e senza una toilette.

Nelle mie ore trascorse in imbottigliamenti terribili in cui cerco di fare qualunque lavoro (telefonare, legere, sonnecchiare, pianificare), mi convinco che l’unica soluzione “quick and dirty” come si dice e piace ad MSF è il costruire una cabina e un secchio adattato a sedile di toilette, dotare il posto di una persona delle pulizie incaricata di donare ad ognuno un sacchetto di plastica biodegradabile che servirà da toilette monouso. Può suonare una soluzione barbara ma credetemi che ho camminato in troppi posti dove non sai dove posare il tuo piede per evitare di pestare « qualcosa che porta fortuna », a un paio di metri dai ripari dove la gente vive.

Per lo svuotamento delle fosse io e un collega scozzese abbiamo provato soluzione “casalinga”: lo scorso sabato mattina con una pompa a membrana ed una tanica da 400 galloni posizionata sul pianale di un camion siamo riusciti a svuotare le toilette dei nostri ospedali. Soluzione da brevettare nel frattempo che attendiamo dall’Europa, come la manna dal cielo, due rimorchi-cisterna da 5metri cubi con pompa a vuoto e soprattutto di filtri a carbone per l’abbattimento degli odori. Li ho ordinati 3 settimane fa, saranno a Santo Domingo tra un paio, me li sogno già di notte !!!

Dicevo delle sensazioni che tutto vada nel verso storto. L’altro giorno vado al quartier generale della Croce Rossa per prendere in prestito uno scavatore: di solito una maglietta MSF ed una pelle bianca funzionano da passaporto per entrare ovunque durante le emergenze umanitarie. Ma non qui! Le regole di sicurezza impongono un controllo pari a quello da superare tra Croazia e Bosnia – davvero inquisitore. Impietosisco uno della Croce Rossa francese che cerca dei contatti con MSF. Con la sua garanzia mi fan passare lasciando copia del passaporto alla reception e dandomi un badge della croce rossa. Non faccio quattro passi che trovo un ex espatriato di MSF! È un architetto inglese a cui davo supporto mentre era in missione in Malawi per la costruzione di alcune toilettes “innovative” da cui recuperare la materia fecale con concime. Dettagli tecnici.

Lo scavatore me lo fanno vedere il giorno prima: un bobcat nuovo di zecca! Bene bene a noi servirà un sacco per scavare nella nuova struttura ospedaliera che stiamo costruendo.

Rivedo lo scavatore scintillante: incredibile, ha una ruota forata! Aspetta che la sostituiscano, vai a prendere l’operatore nel campo di sfollati in cui vive. Nel campo tutti i lavori di miglioramento sono fermi perché nella notte una gang è entrata nel campo ed hanno ucciso una persona con un filo di ferro stretto alla gola.

Una cosa che non è mai stata evidenziata dalle televisioni e dai giornali che hanno fatto rimbombare la crisi haitiana è che qui c’è una criminalità MOLTO BEN organizzata. Per di più tutti i prigionieri sopravvissuti al terremoto son riusciti a scappare approfittando del collasso fisico delle strutture in cui erano detenuti. Ed ora stanno cercando di ricostruire il loro tessuto marcio fatto di sparatorie, stupri, rivendicazioni nei vari quartieri. Ce ne sono di proibiti perfino alle Nazioni Unite, dove (ovviamente) MSF ha un pacifico ospedale chirurgico.

Citè Soleil è il quartiere di PAP che gode della fama di essere stata qualche anno fa la bidonville più pericolosa del mondo. Nessun espatriato ha il permesso di girarci, i movimenti (sempre in auto) sono ristretti all’ospedale situato nel centro di questa slum. Beh, nessuno a parte qualcuno…. Grazie alla scorta di un “contatto” locale la scrivente ha avuto il privilegio e l’onore di fare una valutazione sulla situazione sanitaria (catastrofica), a cui è seguita la rapida decisione di iniziare un programma di pulizia e riabilitazione di toilettes comunitarie. Questo, per fare in modo che la gente locale, gli ultimi della Terra, non insorgano (giustamente) visto che il terremoto li ha solo marginalmente danneggiati: qui ci sono solo baracche che più che crollare si sono sfasciate e sono state subito risistemate. Ma come ignorare la crisi in perenne corso di queste persone: sono sempre vissute nella me...a e ci vivranno per le prossime X generazioni, ma non lo desiderano, è qui che a qualche giorno dal terremoto gli abitanti si son fatti giustizia da soli uccidendo un capo delle gang sfuggito dalla prigione distrutta dal terremoto che voleva reinsediarsi a Citè Soleil; qui i bambini sporchi e nudi che mi si aggrappano alle braccia per toccare una pelle bianca mi mostrano la spazzatura ovunque e mi dicono “il faut le lever” (bisogna portarle via), e mi indicano i “portafortuna” da evitare di pestare. Va bene dunque aiutare gli sfollati, ma bisogna sfogare anche la pressione posta su altre sacche sociali, il lavoro tecnico umanitario è anche e soprattutto un gioco di compromessi, negoziazioni, evitare gli sbilanciamenti.

Intuizione giusta ? Sì : il giorno dopo l’inizio della pulizia, la mia collega comasca (ciao Antonella!) che segue il programma mi fa sapere che qualche buonanima locale ha voluto dimostrare l’apprezzamento per l’attenzione loro dimostrata scrivendo un bel graffito sul muro del nostro ospedale: “Viv MSF nan Citè Soleil” (viva MSF a Citè Soleil). Per me è come aver vinto una guerra. State sicuri che MSF sarà ancora più rispettata e protetta a Citè Soleil.

Un affettuosissimo saluto



Più gas ai G.A.S.!

Gruppi di Acquisto Solidale
di Annalisa Boscaino


Pensando al sole caldo del Sudafrica, sono sicura che ci si immagina frutti meravigliosi e succosi che crescono sugli alberi e vegetali saporiti ad arricchire gli orti: questo è vero, ma solo in parte.

Eravamo, infatti, anche noi di questo parere prima di arrivare qui: sognavamo scorpacciate di frutta gustosissima in riva al mare e melanzane e zucchine grandi come cocomeri. Ma dopo settimane alla ricerca di qualcosa stile isola tropicale (le spiagge le abbiamo altroché trovate, quelle si!), ci siamo dovuti rassegnare a mangiare frutta e verdura di qualità generalmente media, anzi i pomodori a volte hanno un colore un po’ spento, direi quasi un rosso-Inghilterra e più di una volta abbiamo fatto facce storte davanti a peperoni venduti a peso d’oro e melanzane ammuffite che giacevano abbandonate da chissá quanto nel reparto frutta e verdura.

Nonostante la lontananza geografica e spirituale dal resto del mondo, la globalizzazione ha fatto breccia anche qui ed è possibile trovare anonimi broccoli anche in piena estate o arance tutto l’anno: a questo punto non capisco perché non importare anche il friariello, ecco!

Ma, friarielli a parte, la differenza sostanziale che abbiamo colto quasi immediatamente è che c’è molta meno informazione sulla provenienza dei cibi: da noi ormai puoi conoscere anche l’albero genealogico di quella povera mucca da cui viene la carne che acquisti o l’orario della deposizione di un certo uovo, grazie all’etichetta. Forse in Europa si esagera un po’ ma devo dire che non fa male sapere da dove arriva il cibo che mangi (come poi venga trattato resta purtroppo un grande mistero..). Qui invece devi andare un po’ a fiuto e fidarti dei cari vecchi 5 sensi per capire più o meno cosa finirà sulla tua tavola. Così con tutto: frutta, verdura, uova, carne..Non c’è (almeno non ancora) quel controllo alimentare spietato che esiste da noi e immagino che una ASL italiana si fregherebbe le mani se facesse un giretto al mercato del pesce di Kalk Bay!

Vale d’altronde anche qui la regola che in città è tutto di qualità più scadente e più costoso quindi un po’ c’è da aspettarselo e come accade per molte altre cose, appena messo piede fuori città, lo scenario cambia decisamente, a cominciare dai prezzi, più sostenibili, finendo ai frutteti, più colorati (ricordiamo ancora il gusto meraviglioso di alcuni manghi che ci ha fatto assaggiare una simpatica fattrice a solo un centinaio di km dalla città), senza contare che conosci da dove viene ciò che ti finisce nello stomaco, che non è poco.

Ma, eureka, siamo riusciti a trovare un angolino di prelibatezze ortofrutticole! E direttamente nel cuore di Cape Town.

Esistono anche qui infatti, come ormai ovunque in Italia ed Europa, i GAS che, ad una modica cifra, ti portano presso un punto di raccolta cittadino, settimana dopo settimana, le verdure coltivate da un contadino vero: quindi ecco che rispuntano i pomodori rosso-Africa, i peperoni acquistati senza dover dare in cambio un rene, rucoletta, zucca e via dicendo..

Certo, bisogna accettare di ricevere per una settimana 5 kg di cipolle e qualche testa di aglio ma questi contadini si impegnano e vanno sostenuti, nei paesi in via di sviluppo – come appunto il Sudafrica - più che in altri luoghi, dal momento che qui esistono delle vere e proprie barriere territoriali che si aggiungono a quelle culturali ed economiche: pensate che fatica deve fare un povero contadino, che potrebbe in principio vendere i prodotti del suo orto ma nella pratica è impossibilitato ad affrontare montagne o deserti o il caldo afoso senza l’attrezzatura necessaria (ad esempio celle frigorifere e camioncini resistenti). Si capisce che da ste parti, date le distanze, è piuttosto improbabile parlare di colture a km zero!

Ebbene, qui accade che alcuni fortunati contadini (non ancora tutti) sono incentivati a coltivare in modo genuino e a vendere nei vicini mercati o punti vendita i prodotti grazie ai fondi a loro destinati dal Dipartimento dell’Agricoltura e grazie appunto a questi GAS, o gruppi di sostegno.

Ci siamo uniti da poco al GAS di Cape Town, che è organizzato da slowfood: ne siamo contenti e il risparmio settimanale che ne deriva comincia ad essere consistente, per la gioia dei nostri intestini e soprattutto di Erik, il nostro fornitore, il quale da poco è riuscito finalmente anche a comprare un frigo e può mantenere per qualche tempo la verdura che produce, oltre ad avere la possibilità di frequentare dei corsi specializzati nel settore per imparare a fare formaggi, yoghurt etc.

E per finire, vi do qui una ricettina simpatica che viene dalla mia mamma: se anche voi fate parte di un gas che nell’ultima settimana vi ha inondato di rape rosse o ne avete nel frigo e non sapete proprio come disfarvene, potreste trovare giovamento dal link che segue.


http://slowfoodcsa.co.za/recipe-of-the-week-loretas-beetroot-gnocchi/